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Sisma, un trauma devastante:
alle stelle il consumo di psicofarmaci

SAN SEVERINO - Il tema è stato affrontato oggi durante un l'incontro "Psyche lab" al teatro Feronia. Alcuni dati sul disagio psicologico di chi ha perso tutto col terremoto: nel distretto di Camerino l'uso delle benzodiazepine è salito del 72 per cento, in provincia di Fermo a causa degli sfollati presenti, il tasso di mortalità in un anno è cresciuto del 64 per cento
3 commenti
del 06/12/2017, ore 20:27
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Dalle parole di Virginia Woolf che ha descritto il male di vivere dopo un trauma devastante nella storia della signora Dalloway, alla riflessione sull’emergenza del disagio post terremoto: una mattinata intera con gli studenti delle scuole superiori, al Feronia di San Severino per l’evento “Psyche lab, il trauma e la cura”, organizzata in occasione della giornata europea della salute mentale, dagli ambiti sociali locali, con il patrocinio Asur, Unioni montane locali, Coos Marche, Comune di San Severino ed altri enti. Due i dati che danno la dimensione del dramma silenzioso di chi nel post terremoto vive il dolore dello sradicamento: nel distretto di Camerino in un anno il consumo delle benzodiazepine è salito del 72 per cento ed in provincia di Fermo, a causa degli sfollati presenti, il tasso di mortalità in un anno è salito del 64 per cento. Dati allarmanti, già anticipati lo scorso maggio, nel corso del convegno di Matelica con il ministro della Salute Beatrice Lorenzin, confermati a giugno durante una serata organizzata dal Rotary M.Ricci di Macerata. La musica elettronica, inframmezzata al violino, di Valentino Alessandrini ha trascinato gli studenti, tutti si sono commossi alla performance teatrale di Cesare Catà e delle giovani attrici, che hanno fatto rivivere attraverso il teatro i temi della nostalgia, del disagio dopo un trauma. L’analisi del disagio dopo il terremoto è stata fatta da una tavola rotonda, a cui hanno preso parte il moderatore Daniele Pallotta, Fabrizio Volpini consigliere regionale e presidente della commissione Sanità e servizi sociali e di professione medico di famiglia, Maria Rita Paolini direttrice del distretto di Camerino, Massimo Mari responsabile del dipartimento di salute mentale dell’Area vasta 2, oltre a Valerio Valeriani, coordinatore degli ambiti territoriali di Camerino, San Ginesio e San Severino.

«Se i farmaci sono usati in modo efficace, le persone possono ritrovarsi, perché un trauma come il terremoto sconvolge – ha detto Mari – ad esempio in provincia di Ascoli riscontro un ottimo utilizzo della paroxetina e di altri farmaci per il disturbo post traumatico da stress. Serve per attenuare il dolore, ma serve anche parlarne, perché aiuta a fare rete. In provincia di Fermo, nell’ultimo anno, il tasso di mortalità è salito del 64 per cento, perché è la zona dove si trovano gli sfollati. Le Marche sono terzultime in Italia, per la cifra assegnata ai servizi di salute mentale, almeno potessimo avere il minimo, è un problema politico. Servono ambulatori per accogliere le persone, costruire reti sociali, non basta la pacca terapia, la pacca bonaria sulla spalla». Adesso inizia la fase del rientro nelle comunità ed anche questa richiede un intervento di sostegno psicologico. «Si è spostato soltanto il problema del disagio degli sfollati, non si può fare finta di nulla, sono diminuite le borse lavoro per pazienti psichiatrici, da 98 a 34 – ha proseguito Mari – vorremmo essere premiati di meno per l’efficacia dei servizi sanitari, ma essere più realisti, il disagio psicologico di chi ha perso la casa, non va psichiatrizzato. Ora gli sfollati che sono stati deportati vanno accompagnati nella fase di rientro, soprattutto coloro che non ce la fanno a rientrare. Troveranno le casette, ma occorre rianimare la parte sociale, non con gli ambulatori, ma andando nella dimensione del villaggio diffuso».

A livello di distretto sanitario di Camerino, la dirigente Maria Rita Paolini ha parlato di tutte le difficoltà dell’emergenza, dei medici di famiglia rimasti senza ambulatori, di tante strutture per anziani e residenze protette andate distrutte. La dirigente ha messo in evidenza la necessità di collegare in modo più stretto i medici di famiglia ed il dipartimento di salute mentale e dei servizi psichiatrici dell’Asur, al paziente non serve solo una risposta sanitaria, ma sociale, il disagio richiede una risposta complessa ed articolata. Paolini ha evidenziato la mancanza di spazi per residenze protette e pazienti affetti da demenza. Il coordinatore degli ambiti sociali Valerio Valeriani ha parlato della necessità di ripensare la cura in modo ampio, al di fuori della semplice risposta con i farmaci: «Negli ambiti sociali montani il terremoto ha generato una frattura nelle comunità e nell’esistenza delle persone, i motivi di stress sono tuttora presenti, generano malessere e disagio, sono ventimila le persone fuori casa, quindici le strutture socio sanitarie inagibili, la situazione è pesante. Bisogna uscire fuori da quella che Mari ha chiamato la pacca terapia, bisogna dare più strumenti ai medici di famiglia per agire, stanno in prima linea. Vanno affiancati dallo psicologo, dall’assistente sociale, dall’educatore, dall’infermiere di comunità, tutte figure che devono essere inserite presso i punti unici di accesso, che vanno potenziati, per dare una risposta al disagio dei cittadini, perchè al dipartimento di salute mentale arrivano solo le situazioni gravi o quando si sono cronicizzate».

Ha concluso Valeriani: «Va attuato un protocollo operativo, veloce da mettere in pratica tra medici di famiglia e psichiatri, per mettere in rete quello che già esiste, servizi sociali, dipartimento di salute mentale e medici di medicina generale che sono di frontiera, modulando l’intervento a vari livelli di intensità, gli studi ci dicono che tra coloro che sono in fila nell’ambulatorio del medico di famiglia, il 70 per cento ha problemi psico sociali, in questo modo si riduce la spesa sanitaria dal 47 al 33 per cento in questo settore, secondo studi già fatti». La risposta politica è stata data dal consigliere regionale Fabrizio Volpini: «La risposta sono le strutture di prossimità, il fare rete ed il costruire sinergie, problemi meno complessi come il post terremoto fanno fatica a trovare risposte, così come quelli legati a patologie croniche e la non autosufficienza, come medico di famiglia da trent’anni, mi interrogo sulla necessità del riordino delle cure primarie, il medico ha necessità di figure di aiuto e sostegno, qualche mese fa è stata presentata in Regione la proposta di legge sullo psicologo per le cure primarie, la sperimentazione dell’infermiere di comunità, figura strategica per cui l’università politecnica delle Marche ha istituito un corso. Non dimentichiamo il mondo del volontariato – ha concluso Volpini – la Regione ha il ruolo di mettere a sistema, creare la governance e le sinergie, su questo ci stiamo impegnando». A seguire i laboratori sollievo degli studenti di Ipsia e Itis realizzati a seguito del progetto di Prevenzione Sollievo 2017, con Ilenia Cittadini e Giorgia Pellegrini, hanno visto salire sul palco i ragazzi, protagonisti di una breve performance teatrale.



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Commenti

  1. Marco Romagnoli 2017-12-06 | 21:09:49

    Tutta colpa dello stress causato dal continuo terremoto e dai pagliacci dei politici che promettono e poi non mantengono le promesse.

  2. Emanuela Teodori 2017-12-07 | 15:16:34

    Gli spicofarmaci dateli a ceriscioli a dosi massicce così ce lo togliamo dalle p…e una volta per tutte!!!!!

  3. Sauro Micucci 2017-12-07 | 16:19:04

    Quest’articolo è perfetto fino alla risposta politica. Rimette in luce tutto che già sappiamo, come il ritorno a casa e tutto il resto. Poi ecco la risposta politica che comincia con la parola di prossimità che fa rima con comunità anche se dovrebbe essere sinonimo di vicinanza, quella vera, che tante polemiche si becca ogni giorno. Prossimità/ comunità, vuol dire i soliti ospedali tramutati in ospizi, i soliti ospedali non ricostruiti, i solidi ospedali depauperati di medici, infermieri e servizi. Insomma la solita lagna che i cittadini che se ne fregano dell’ospedale unico perché vogliono una sanità di ” prossimità ” e come distanza e soprattutto come cure e rispetto. Certo che si deve pensare anche alle malattie croniche, alla cura delle persone non autosufficienti, alle terapie psicologiche e quant’altro può essere d’aiuto alla persona ma come complemento di tutto il resto e non come fine. Un medico condotto sa che il paziente si fida di lui e che da lui si aspetta il meglio, da un punto di vista sanitario che umano, insomma nel rispetto della parola ” famiglia ” a cui il dottore deve dare la sensazione di appartenere. Non mi dilungo tanto quello che serve ai “deportati” sta tutto scritto nell’articolo prima della risposta ” politica ” che è quella che viene imposta da Ceriscioli, con cui Volpini divide l’assessorato alla sanità, sì, ma come subordinato.


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